Licei artigiani o scuole politecniche dell’artigianato. Come dare lunga vita all’Istituto Caselli

31 gennaio 2015, In: innovazione
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ceramica

Il futuro della porcellana napoletana puó infrangersi sullo scoglio della crisi. Lo storico Istituto Giovanni Caselli rischia infatti la chiusura. Una delibera della Regione Campania ha imposto l’accorpamento con l’Istituto Professionale Isabella D’Este. Ed é subito cominciata una mobilitazione di studenti, professori, artisti, per difendere le sorti di uno dei fiori all’occhiello della cultura locale.

Julgamento-de-párisIntanto un po’ di storia. L’Istituto di istruzione superiore statale “Giovanni Caselli” – come si legge sul sito – è stato istituito nel 1961 con decreto del Presidente della Repubblica allo scopo di “continuare l’antica tradizione artigianale, ma anche di ideare e sperimentare innovazioni nel settore”. La scelta di ubicare l’istituto nel medesimo antico edificio, all’interno del parco di Capodimonte, che fu sede della prima Real Fabbrica della Porcellana, fondata dal sovrano Carlo di Borbone nel 1743, rappresenta simbolicamente l’intenzione di tracciare una linea di continuità con tale passato storico.

Si tratta, insomma di uno dei luoghi piú importanti dell’artigianato mondiale. Si tratta di una delle tradizioni piú imponenti della nostra recente storia.

E’ questa l’occasione, dunque, per sganciarsi dalla cronaca e riflettere su quello che sta cambiando fuori dalla porta di quell’istituto.
Uno dei principali studiosi di economia di questo Paese, Stefano Micelli, direttore della Fondazione Nordest, ha scritto un libro dal titolo emblematico: Futuro Artigiano. Che parla, a partire dai dati raccolti dalla Fondazione che presiede, e dal suo viaggio nelle realta’ produttive della Penisola, di come il nostro domani dipenda fortemente dalla nostra tradizione.

Non c’e’ Paese al mondo che abbia sviluppato “una capacita’ creativa (nel senso di unione, simbiosi, dei concetti di fantasia e capacita’ di sapere creare) cosi’ grande come l’Italia”. E di questo pezzo di storia Napoli e il Sud sono sicuramente centri importanti.

stampante-3dA questo si aggiunga tutto quello che sta avvenendo nel mercato delle tecnologie della produzione e dei mezzi di comunicazione e di diffusione di questa “grande bellezza”. Si parla oggi di “decentramento dei saperi dall’uomo alla macchina”, di trasferimento di knowhow dall’individuo al software, della capacita’, insomma, di industrializzare la produzione di oggetti unici, proprio grazie alla grande esperienza che una centenaria tradizione consegna alle nostre mani.

Per queste ragioni, per quello che tutto questo puo’ significare nel mercato di oggi, e’ necessario, anche a livello di formazione, riflettere su nuove vie.

Bigogna pensare a dei licei artigiani. Bisogna pensare a delle scuole politecniche dell’artigianato. Dei luoghi, insomma, dove i diversi saperi, e le diverse specializzazioni convergano, per spianare ai giovani la strada del futuro. Per consentire loro di apprendere non solo i segreti per far uscire oro dalla mani, ma anche le tecniche e le competenze per trasformare in imprese piantate su questo presente, su questo mercato, il capitale del loro “saper fare”.

Adriano Olivetti e quella cordata, non di geni, ma di uomini di buon senso, avevano capito che l’Italia ha questa straordinaria specificita’ dentro. Questa innata capacita’ di creare cose belle. E su questo, quella classe imprenditoriale ha riportato al centro del mondo un Paese sfiancato.

Che non sia il momento di impossessarsi di quel buon senso? Di quella visione?

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  1. Rispondi

    grazie per la Sua lettura della situazione. Adriano Olivetti è stato lungimirante. Resta un riferimento che ora non sembra illuminare: abbiamo urgenza di concertazione sistemica e integrata delle due filiere quella formativa e l’altra produttiva

    • anna
    • 31 gennaio 2015
    Rispondi

    E se invece decidessimo di mettere ognuno una competenza e renderlo autonomo?
    L’arte dell’artigianato ha bisogno di non disperdersi.
    #iocisto

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