Università imprenditoriale per valorizzare la formazione del capitale umano

7 gennaio 2014, In: eventi
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Mercoledì 22 gennaio 2014 alle ore 17:30, presso La Feltrinelli di Corso Trieste, 154 a Caserta
si terrà il confronto dibattito: Università imprenditoriale per valorizzare la formazione del capitale umano

mezzogiorno 2025 romanoIn occasione della presentazione del libro:
Mezzogiorno 2025 – I cantieri immateriali per la crescita e l’occupazione di Aldo Romano, Cacucci Editore, Bari, 2013

Saluti introduttivi
Pasquale Iorio, Coordinatore Le Piazze del Sapere
Pasquale Popolizio, Vicepresidente IWA Italy

Con Aldo Romano, autore del volume interverranno
Antonio Diana, Presidente Asips Camera di Commercio Caserta
Valentina Improta, Neolaureata
Massimo Marrelli, Rettore Università degli Studi di Napoli Federico II
Mario Mustilli, Prorettore Seconda Università degli Studi di Napoli
Mario Raffa, Decano di Ingegneria Gestionale

La locandina dell’incontro.

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  1. Rispondi

    Seguo da sempre con grande attenzione ed interesse l’economia immateriale, ma del titolo del libro mi ha copito la data: 2025 significa 10 anni, uno orizzonte temporale che se viene messo in rapporto con la economia materiale appare ancora molto più ampio. Ho avuto esperienza di pianificazione di lungo termine quando lavoravo nella industria e il nostro cliente principale si chiamava SIP. In qualche modo, si faceva politica industriale, anche se era diventata insostenibile, alla luce dei cambiamenti che sarebbero avvenuti. Poi, negli anni delle dot com e nelle nuove Telecom si è pianificato anche a tre mesi e la catena dei fornitori è “saltata” senza avere il tempo di poter cambiare. E’ mancata la regia, è mancato il pensiero “lungo”, si sono saldati interessi che hanno espresso strategie miranti alla creazione di plusvalenze, durante i transitori dei cambiamenti, piuttosto che sviluppo. In Italia la politica ha perso da molti anni la visione del lungo periodo, naviga a vista; anzi, a svista. Abbiamo perso peso in molti settori industriali, e non sappiamo “pensare” in termini globali. Per questo, un titolo che espone una data così lontana e pone la questione di un Mezzogiorno che voglia orientarsi verso altri modelli si sviluppo crea l’occasione di un confronto importante sulle possibilità di creare lavoro e infrastrutture in un settore della economia dove la materia prima è immateriale. Ma tutto questo avviene in uno scenario globale. Se pensiamo di creare sviluppo all’interno degli schemi di riferimento tradizionali, anche se rivisti e ripensati rispetto ai nuovi settori della economia digitale, ma elaborati su scala locale, siamo perdenti. Ci sono fenomeni di aggregazione e organizzazioni virtuali che rendono possibile impensabili forme di lavoro a distanza. Se un programmatore del viet-nam, come mi è capitato, mi esegue un lavoro per 12 $, dobbiamo porti i problemi al’interno dei confini del mondo, non di un’area o di una regione, dovremmo creare delle infrastrutture immateriali che siano in grado di competere non tanto rispetto al costo del lavoro, dove non abbiamo nessuna possibilità, e nemmeno sulla conoscenza così come la si intende ancora oggi anche in alcuni settori della Ricerca, quanto sui modelli organizzativi che presiedono alla creazione di valore nel mondo della economia digitale. Sono convinto che così come neglli anni 90 abbiamo perso ampi settori della industria elettronica, difficilmente possiamo costruire una industria immateriale se non ci poniamo il problema della competitività su scala mondiale e dei meccanismi de facto che regolano il mercato molto più di quanto non lo facciano gli Stati, e quindi la politica, espropriata da tale controllo non da uno Stato più grande, come è avvenuto nei secoli passati, quanto da gruppi i cui fini non sono quelli dello sviluppo della collettività e dei singoli, ma della speculazione economica e finanziaria. Un fenomeno molto interessante è avvenuto negli anni 80 con l’invenzione del microprocessore e del personal computer. Le prime generazioni di sistemi operativi più largamente diffusi (CP/M) i i sistemi proprietari hanno dato luogo a prodotti realizzati da centinaia di industrie diverse, non inter-operanti tra loro, con mercati in qualche modo presidiabili con marketing e tecniche tradizionali. Quando è arrivato Microsoft con MS-DOS e poi Windows, il mondo dei computer è cambiato. Quando la integrazione della microelettronica e il know-how sono andati in Asia, il mondo dei terminali e della elettronica consumer sono cambiati. Sono convinto che anche nel settore del Software e di molti seervizi immateriali è avvenuto e ancor più sta avvenendo un fenomeno simile. Ciò significa che gran parte della economia immateriale potrebbe diventare sempre più monopolio di pochi. Basti pensare a Google e ad altri grandi “integratori” globali. Occorre dunque pensare a modelli che si possano confrontare con questi scenari, e a creare, anche con organismi di regole di mercato, le condizioni affinchè lo sviluppo non sia legato all’apparente caos, ma ad una programmazione almeno strategica. Altrimenti, un fiume in piena ci invaderà anche nel settore che potenziamente sembra l’unico capace di creare occupazione. Su questo ho molte perplessità, perchè le organizzazioni che presiedono alla creazione di valore nel mondo dell’immateriale hanno un potenziale di efficientamento molto elevato, non solo per l’apporto di lavoroumano, ma anche per l’apporto di robot immateriali. Veo siuramente molti spazi di sviluppo, ma numericamente meno consistenti rispetto a quelli che realmente occorrerebbero per garantire la crescita economica del Mezzogiorno. Anche l’industria dell’immateriale, in quanto industria, non sfugge alle regole strutturali di un sistema che produce beni e servizi, bencheè immateriali. Occorrono capitali, materie prime (immateriali), infrastrutture, fabbriche virtuali, organizzazioni, mercato. In uno scenario globale, di Google ne nascono pochi, il rischio concreto è quello di mettersi a creare componenti per gli integratori mondiali, facendo concorrenza con l’intero pianeta. Per il principio dei vasi comunicanti di Archimede, applicato al mondo immateriale, ci sono aree a più basso reddito che cresceranno più velocemente di aree a più elevato reddito. La rete ha un potenziale enorme di sviluppo, ma anche di semplificazione e di abbattimento di inefficienze, cosa che non è altrettanto facile fare in altri settori produttivi. Semplificando il ragionemento, questo significa che il numero degli addetti per unità di prodotto cresce meno rispetto ad altri settori, superati i transitori dei cambiamenti delle generazioni di prodotti e sistemi. Malgrado questo mio pessimo realismo (che non è pessimismo) sono convinto che nella economia digitale ci sono spazi importanti di sviluppo per il Mezzogiorno, così come sono convinto che altri settori della economia materiale possono essere riorganizzati secondo un concezione totalmente diversa da quella dominante. Il discorso è molto lungo ed articolato, ma è important che venga affrontato su orizzonti temporali che non siano i benefit trimestrali dei manager o i mesi che mancano alle prossime elezioni.

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