Studenti, imprenditori di domani: il rinascimento parte da qui

1 luglio 2014, In: eventi
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Oggi non c’è nulla da inventare. Si tratta di raccogliere alcuni pezzi del nostro passato, della nostra identità (quella che ha fatto nascere gli Olivetti, i Mattei), e di guardare in faccia la realtà.  Proviamo, in piccolo, a ripartire da qui.

salapienaNessuno degli obiettivi di sviluppo che ci proponiamo può essere raggiunto senza un piano globale di valorizzazione delle risorse umane. Ricerca e sviluppo, formazione e istruzione sono l’unico reale strumento di crescita in un paese con popolazione in costante diminuzione”.

baronesseQuesto recita l’ultimo degli otto punti che l’ex primo ministro italiano Romano Prodi, nel suo intervento sul Mattino di domenica 22 giugno, mette in fila come tappe di un possibile percorso di rilancio della politica industriale del paese. Prodi è chiaro: o riparte l’industria o l’Italia ha poche possibilità di rivedere la luce. E insieme ai discorsi sull’importanza delle risorse energetiche, finanziarie, amministrative, a un certo punto dice a chiare lettere: va bene tutto, ma in questa nazione la cosa più importante è valorizzare le risorse umane. Le persone.

Sempre sul Mattino, il giorno dopo, Prodi riceve il plauso del premier di ora: Matteo Renzi. Il giovane primo ministro parla addirittura di “rinascimento” industriale. “Puntiamo sulla formazione – dice – come chiave per il futuro dell’Italia e dell’Europa”.

giuriaQueste parole mettono tutti i soggetti che si muovono sulla frontiera della formazione, dell’istruzione, dell’educazione delle giovani generazioni davanti a questioni serie. Se è vero che dipende dai nostri studenti il futuro di questo stato, è giusto pensare che il compito delle Università, più in generale delle scuole, diventa sempre più strategico. E la questione può essere ridotta all’osso: se creiamo le condizioni culturali e materiali affinché chi oggi ha vent’anni sia spinto a realizzare progetti imprenditoriali nuovi, allora il futuro può avere tinte chiare. Se continuiamo a raccontare cronache di cervelli in fuga e di imprese che si fermano dopo generazioni, per mancanza di giovani donne e giovani uomini in grado di raccogliere talune eredità e di rilanciarle, allora sarà molto difficile immaginare un domani diverso dall’oggi.

caputoE allora, come si fa? Ci sono ricette? Nessuno le ha, ma di certo ci sono esempi. Se la Sylicon Valley, per farne uno financo inflazionato, è nata attorno a un’università, qualcosa vorrà dire. E se anziché lagnarci di noi stessi, pensassimo che il modello di quella università, Stanford, per un certo tempo si è ispirato al modello italiano, che riusciva a sintetizzare lo slancio creativo conferito dalla cultura umanistica con una forte formazione tecnico-scientifica, siamo più propensi a pensare che qualcosa di buono nella nostra storia abbiamo fatto. Per questo, forse, oggi non c’è nulla da inventare. Si tratta di raccogliere alcuni pezzi del nostro passato, della nostra identità (quella che ha fatto nascere gli Olivetti, i Mattei), e di guardare in faccia la realtà (un riferimento forte a questo, è offerto anche dal testo di Michele Mezza, Avevamo la luna. E proprio oggi, Francesco Paolo Casavola, sul Mattino ricorda una delle figure storiche del mondo olivettiano, Giacarlo Lunati, scomparso a Milano). 

mementoOggi le ragazze e i ragazzi hanno bisogno di sapere come si fa un’impresa. Come si immagina un piano economico che sia in grado di farla stare sul mercato. Quali attrezzi ciascuno di loro deve avere nella cassettina per rispondere alle esigenze sempre diverse che un’economia fondata sull’innovazione richiede. Su questo bisogna lavorare. Oltreché su aspetti non meno importanti, che riguardano, ad esempio, la comunicazione. Un ventenne, oggi, in un momento in cui nessuno sembra disposto ad investire, ha necessità di saper vendere la sua idea di impresa. Le fasi salienti del percorso che trasforma un’intuizione in un’azienda non sono più soltanto quelle che portano un giovane a creare processi sostenibili, a fare proiezioni su un foglio di calcolo, a immaginare rischi e opportunità: uno degli attimi determinanti nel ciclo di vita di quelle che oggi tutti chiamano start up, è quello in cui quella ragazza o quel ragazzo convince un investitore di qualsiasi tipo a scommettere su di lui. E da lì che il sogno parte per davvero.

salvatoreE allora, noi proviamo ad attrezzarci. Un esempio? “Come nasce un’impresa e cosa fa l’imprenditore nell’economia digitale” è il percorso che negli ultimi tre anni ha dato ai più di 600 studenti che si sono succeduti nel tempo un obiettivo preciso da raggiungere. Divisi in team, i giovani, allenati nel corso dell’anno non solo da professori ma anche da imprenditori e manager, devono essere in grado di pensare un’impresa e di costruire attorno a quest’idea piani economici in grado di farla stare in piedi. Venerdì 27 giugno scorso, 15, quelli selezionati, dei 41 gruppi di quest’anno (poco più di 170 studenti) hanno presentato i loro progetti nella casa delle imprese, all’Unione degli Industriali di Napoli (il corredo fotografico di questa pagina è preso da quell’evento), per essere giudicati da una giuria fatta – ancora una volta – non da docenti, ma da attori veri del mercato. Da imprenditori, venture capitalist, studiosi, investitori di vario tipo. Quelli in grado di fare le pulci alle cose, come si dice, e di fare impattare i piani immaginati con la realtà. Oggi, a poco tempo dalla loro prima “esibizione pubblica”, quegli studenti sono già contattati da investitori interessati. E’ un metodo, questo, che consente all’università di dare la mano all’impresa. E’ un modello che permette a chi studia di confrontarsi con quello che c’è fuori. E magari anche, è questo il nostro auspicio, di far vedere a chi sta fuori cosa si può pensare dentro un’aula. E cosa di può fare. Proviamo, in piccolo, a ripartire da qui.

Mario Raffa
Decano di Ingegneria Gestionale
Università Federico II

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